Una coppia che si ama vede la propria relazione come privata e intima; tuttavia, anche se spesso i due partner non ne sono pienamente coscienti, la maniera in cui cercano di soddisfare i bisogni reciproci, in cui definiscono le aspettative dell’uno nei riguardi dell’altro, in cui concepiscono e vivono il loro amore è mediata da un complesso sistema di leggi, credenze religiose e costumi sociali che delimitano e regolano i rapporti uomo-donna. In alcune società e in alcuni periodi storici si è avuta una congruenza tra questi tre sistemi sovrastrutturali per cui costumi, principi religiosi e leggi venivano ad essere in sostanziale accordo nel definire e nel controllale il sesso e il matrimonio. In queste società, l’autonomia di ogni singola coppia nel considerare e adottare opzioni diverse da quelle socialmente sancite era assai limitata. Invece in periodi in cui le leggi, i principi religiosi e i costumi coesistono in maniera contraddittoria perché in conflitto gli uni con gli altri, c’è una maggiore tolleranza verso sperimentazioni e deviazioni dalla norma, e in questo senso esistono maggiori opportunità per una coppia di adottare schemi di riferimento alternativi a quelli dominanti.
Negli ultimi vent’anni si è verificato proprio questo fenomeno, che ha avuto aspetti liberatori (maggiori possibilità di scelta, di sviluppo individuale) ed aspetti oppressivi (dato che a forme di costrizione aperta — matrimonio coatto perpetuo, ad esempio — se ne sono sostituite altre più sottili, ad esempio, come vedremo, la nuova etica permissiva sessuale).
Il passaggio da una società orientata verso la produzione ad una società orientata verso il consumo, caratterizzata da una riduzione delle ore lavorative, dall’introduzione massiccia degli acquisti a credito, e dall’aumento del reddito medio, ha contribuito a cambiare in poche decadi le abitudini e le motivazioni di milioni di persone; dalla mentalità del «risparmia e lavora» si è passati a quella del «consuma o godi». Questa nuova enfasi edonistica ha fatto sì che anche nei rapporti interpersonali gli individui fossero meno disposti al sacrificio e trasferissero persino nei rapporti matrimoniali l’etica consumista: usa, consuma e butta via. Questo cambiamento ha anche aspetti progressisti e liberatori, perché rimette l’accento sul matrimonio come libera e continuata scelta basata sul voler stare insieme (e non sul dover restare insieme); tuttavia incoraggia anche l’uso e la strumentalizzazione dell’altro a fini strettamente egoistici e superficiali. Questo processo di cambiamento etico si è verificato su scala di massa attraverso una parziale liberazione dalle restrizioni e dai tabù sessuali. Si è assistito cioè ad una maggiore libertà di scrivere e parlare di sesso, all’introduzione di corsi di educazione sessuale nelle scuole pubbliche, ad un aumento delle ricerche e delle pubblicazioni sul comportamento sessuale.
Tutto ciò ha contribuito ad aumentare la presa di coscienza del sesso da parte del pubblico e ha permesso una maggiore sperimentazione nel campo delle attività sessuali pre ed extramatrimoniali. Questa tendenza progressiva in termini di emancipazione umana è stata in parte neutralizzata e vanificata dalla maniera in cui questa nuova consapevolezza sessuale è stata usata e manipolata (in altre parole, ci sembra che gli elementi liberatori contenuti nell’etica permissiva siano stati in parte svuotati dai nuovi pesanti condizionamenti imposti dall’etica consumistica in campo sessuale). Negli anni Cinquanta-Sessanta la morale imperante era la doppia morale per cui agli uomini era tacitamente concesso di avere «avventure» prima e dopo il matrimonio, mentre le donne dovevano essere caste prima e fedeli poi.
Oggi si calcola che circa la metà delle spose sotto i vent’anni arrivi al matrimonio incinta. La doppia morale si è un po’ allentata. Secondo gli ultimi sondaggi la maggior parte delle ragazze ammette la liceità dei rapporti prematrimoniali fra «ragazzi che si amano». Molti giovani vivono insieme prima del matrimonio, nei campus universitari la contestazione studentesca ha tra l’altro ottenuto l’abolizione del coprifuoco (che negli anni precedenti vigeva solo per le ragazze) e la liberalizzazione dell’accesso dell’altro sesso nelle camere degli studenti. Tuttavia, secondo ricerche compiute dai consultori clinici universitari, molte ragazze (e ragazzi) hanno dichiarato di avere ancora notevoli difficoltà sessuali, di avere paura di essere usati.
Secondo noi, proprio l’equiparazione dell’emancipazione sessuale all’etica consumistica ha prodotto alcuni di questi problemi (oltre, naturalmente, alle difficoltà di liberarsi dai tabù di una educazione repressiva e sessuofobica come quella di derivazione puritana). L’etica consumista si basa sulla «libertà di scelta» dell’individuo, intesa come libertà di scegliere tra vari prodotti sul mercato. Questa ideologia sostiene perciò a spada tratta anche la libertà dell’individuo di scegliere i suoi partner senza restrizione di alcun genere da parte della famiglia. Il mito dell’amore romantico — per cui due individui si scelgono perché sono fatti l’uno per l’altro •—• riecheggia molti slogan pubblicitari per la vendita di oggetti «fatti apposta» per il consumatore ideale. Ma proprio come la libertà di scelta del consumatore di merci è influenzata dalla pubblicità di massa (che cerca di persuaderlo che alcuni prodotti gli si adattano meglio di altri e che ogni prodotto può essere usato fino a quando serve per essere poi gettato via e rimpiazzato da un altro), così lo stesso schema valutativo, comparativo e competitivo condiziona la ricerca, la durata e il processo di sostituzione di molti «amori romantici». Sembra cioè verificarsi una trasposizione a livello sovra-strutturale dei meccanismi delle strutture produttive basate sulla provvisorietà e sullo obsolescenza pianificata di molti prodotti di consumo. La mentalità consumista si traduce sul piano delle relazioni umane in un sistema che colloca le persone a livelli diversi di desiderabilità come partner e a seconda dei criteri ritenuti più validi dalla società: ricchezza, successo, intelligenza e potere per gli uomini; bellezza, sex-appeal, gioventù per le donne. Solo le persone che posseggono la maggior parte di questi requisiti sono presentate dai mass-media come partner sessuali desiderabili. Ognuno deve competere per catturare «le prede migliori». I rapporti, invece di evolversi spontaneamente secondo i bisogni dei singoli, sono condizionati sia dalle aspirazioni loro proposte, sia dalle strategie che insegnano il modo di ottenere quel che si crede desiderare. Per noi donne questo è un problema particolarmente grave, perché per noi — più che per i maschi — l’amore rappresenta il vertice delle aspirazioni, l’unico modo di realizzarsi. Oltre ai miti dell’amore, ci sono per le donne, le realtà strutturali di un sistema che, nega alla maggior parte l’ingresso nel mercato di lavoro primario. La donna si trova quindi costretta a lottare per accaparrarsi il maschio migliore, capace di assicurarle quel benessere economico che da sola raramente riesce a raggiungere.

Amore privato-società: i due articoli che seguono esaminano alcune delle contraddizioni di questo rapporto privato-pubblico.

Questa mentalità competitiva si adatta benissimo al sistema strutturale basato appunto sulla competizione e sullo status, perché perpetua a livello psicologico il mito della scarsità delle risorse (grazie al quale il sistema economico giustifica la presente ineguale distribuzione delle ricchezze e la competizione come strategia necessaria alla lotta per la sopravvivenza). Sottolineando la rarità dell’amore romantico (mentre si insiste contemporaneamente sul fatto che esso rappresenta una delle esperienze più preziose e a cui tutti dovrebbero aspirare), l’ideologia dominante non fa che trasporre a livello psicologico lo stesso tema che propone nel campo economico.
Così facendo crea bisogni di amore romantico (e di successo) in un’atmosfera di artificiale (e reale) scarsità e offre agli individui un mito su cui basare la propria vita. Se si fa dipendere la felicità d’una persona dal fatto che trovi o no il partner ideale, tutti gli altri fattori economici, politici e sociali passano in seconda linea, o diventano importanti solo se strumentali per raggiungere questo fine. Questo mito è funzionale al sistema in almeno due modi: a) privatizza i problemi sociali per cui la loro soluzione è percepita come psicologica e interpersonale: se uno si trova in uno stato di insoddisfazione, la colpa è sua, deve sforzarsi di cambiare, divenire la persona giusta per attrarre la persona adatta (basti pensare a tutti i caroselli impostati su questa idea di base). L’enfasi è posta sull’individuo piuttosto che sull’organizzazione sociale, dunque in maniera indiretta il mito tende a difendere lo status quo politico e sociale; b) crea speciali mercati di consumatori (ad esempio gli adolescenti che vivono sotto la pressione di trovare il ragazzo o la ragazza costituiscono un ottimo gruppo su cui puntare per la vendita di cosmetici, come dimostra l’espansione spettacolare di questa industria).
Secondo il sociologo Slater, la combinazione di un ideale dì amore romantico con il desiderio di contatto umano e di soddisfazione sessuale risulta funzionale al mantenimento della società consumistica. Egli descrive i processi attraverso cui ciò avviene, partendo dall’ipotesi che il mito della «scarsità sessuale» sia stato creato per spingere gli individui a rincorrere un sogno impossibile, canalizzando le loro emozioni in senso commerciale per sfruttare questo impulso a scopo commerciale. L’impulso sessuale, essendo sia potente che malleabile, costituisce un’ottima «materia prima» a questo fine. Nella realtà dei fatti il sesso è una «risorsa» inesauribile, per cui non dovrebbe di per sé porsi il problema d’una scarsità sessuale. Ma, nota lo Slater, tutte le società hanno imposto qualche restrizione sul suo consumo; il controllo della sessualità è stata una grande invenzione culturale. Il meccanismo che genera questa artificiale «scarsità sessuale» consiste nell’annettere un interesse sessuale ad oggetti di per sé asessuati o inaccessibili alla maggioranza. Nella attuale società tale tecnica raggiunge una estrema raffinatezza. Attraverso i massmedia questa sessualizzazione di oggetti di per sé neutri è stata imposta a livello di massa. La maggior parte dei prodotti in vendita diventa così uno stimolo erotico, ha un richiamo di carattere sessuale. Massimizzando da un lato questo tipo di stimolazione sessuale e minimizzando la reale disponibilità sessuale in virtù delle limitazioni poste al consumo del sesso, il sistema capitalista sfrutta a proprio profitto questa apertura a forbice, persuadendo le masse a comprare un infinito numero di prodotti di cui non hanno bisogno, che promettono molto di più di quanto potranno mai dare: la felicità sessuale. Il fatto che questo tipo di gratificazione sessuale sia condannata a restare insoddisfatta (il desiderio sessuale per il corpo inventato da «Playboy» non può essere saziato perché non esiste in natura un corpo fatto a quel modo) fa sì che questo processo si autoperpetui, spingendo ad una continua rincorsa e rafforzando l’ossessione consumistica. Per lo Slater all’origine di questo processo sta proprio il peculiare tipo di allevamento basato su un legame molto stretto ed esclusivo tra madre e figlio. L’intensificazione di questa relazione (e la difficoltà di instaurare altri rapporti con adulti, visto che il padre è spesso assente, e ma madre di solito vive da sola in una casa con scarsi rapporti coi vicini) crea nel bambino una sensazione di scarsità affettiva, inculcandogli l’abitudine a concentrare la propria ricerca di amore su un oggetto singolo (che — come ha imparato — ha più potere su lui degli altri) e focalizzando il proprio interesse erotico su un oggetto proibito — la madre. La massimizzazione dell’emotività e della esclusività del legame genitore-bambino, unito al tabù dell’incesto, costituisce per lo Slater il prototipo dei meccanismi di scarsità.
Secondo me negli ultimi decenni le contraddizioni implicite nell’istituzione stessa del matrimonio sono state esasperate. Già prima di questa ondata di sessualizzazione il matrimonio presentava una contraddizione tra i suoi aspetti sacri e religiosi (con la loro enfasi su elementi arazionali quali il dovere, l’atemporalità, il carattere sacro del legame, ecc.), i suoi aspetti contrattuali legali (matrimonio come contratto tra adulti consenzienti che si sottomettono a diritti e doveri reciproci e firmano un contratto che può essere rotto in alcune circostanze — dunque matrimonio a carattere temporale) e i suoi aspetti psicosociali e sentimentali (il bisogno e il desiderio dei partner di rimanere insieme o no). L’istituto del matrimonio era ed è, nel caso migliore, un difficile compromesso tra bisogni personali che non possono essere sottoposti a pressioni coercitive esterne e l’esigenza di un legame sociale permanente, che richiede appunto la sottomissione delle necessità personali a schemi imposti dall’esterno. In questi ultimi anni si è assistito ad un aumento della secolarizzazione e proporzionalmente sembrano aver perso importanza gli aspetti religiosi e sacramentali del matrimonio, mentre sono divenuti più importanti quelli contrattuali. La liberalizzazione delle leggi sul divorzio riflette questa nuova mentalità: sono sempre più numerosi i motivi per cui è lecito rompere il contratto. In un certo senso l’etica consumistica si ritrova anche qui: si resta insieme finché tutto va bene e poi si cambia. Si cambia per risposarsi di nuovo, specie tra gli individui sopra i tren-t’anni, perché, nonostante il fallimento precedente, il sogno di trovare l’amore ideale permane. Si assiste così al fenomeno di quella che i sociologi hanno chiamato la serial monogamy, cioè la monogamia di serie, due, tre, o quattro matrimoni con relativi divorzi. Il divorzio è in fondo là soluzione di compromesso per eccellenza tra l’ideale romantico dell’amore monogamico e il bisogno di un legame socialmente riconosciuto. Quando l’amore e il matrimonio non erano necessariamente associati, i divorzi erano molto rari (vedi l’epoca vittoriana). Il divorzio rafforza l’istituzione del matrimonio, come dimostrano le statistiche sui secondi matrimoni. Soprattutto, esso rappresenta di nuovo un modo di privatizzare i disagi della coppia, di imputarli a colpe e carenze personali, invece che di guardare a come il contesto sociale mini questo rapporto. Dopo un divorzio, il mito dell’amore ideale su cui basare la propria vita rimane inalterato, anche se ammaccato dalle delusioni. Il «maschile» e il «femminile». — I rapporti psico-sociali di coppia non sono influenzati solo dalle leggi, dai precetti religiosi e dai costumi che regolano i rapporti sessuali, ma anche da come la società nel suo insieme definisce il maschile e il femminile e dai ruoli che assegna ai due sessi. Già nel campo della divisione del lavoro l’assegnare il lavoro produttivo all’uomo e quello domestico alla donna porta a un doppio sfruttamento per le lavoratrici e all’asservimento economico per le casalinghe proletarie e di classe media. Oltre a queste conseguenze macroscopiche, esistono canali più sottili attraverso i quali la divisione dei ruoli mina e rende difficile una relazione paritaria e un vero rapporto d’amore tra uomo e donna. Tranne che per gli ultimi anni da quando cioè il femminismo è divenuto un fenomeno di massa gli stereotipi culturali riguardanti uomini e donne non hanno subito grossi cambiamenti. Inculcati fin dalla nascita attraverso differenti modalità di socializzazione per bambini e bambine, questi ruoli prefissati condizionavano l’immagine che i partner hanno di sé e le loro aspettative nei riguardi l’uno dell’altro. Fino agli anni Settanta, questa diversa socializzazione per bambine e bambini veniva accettata e praticata come «naturale». Come molte femministe hanno ampiamente documentato, la diversificazione comincia fin dalla primissima infanzia, viene rafforzata dai ruoli che i bambini vedono svolgere dai loro genitori, dalle immagini e dalle storie contenute nei loro primi libri. Il messaggio viene ulteriormente ribadito attraverso le reazioni che suscitano certi loro atteggiamenti, ambizioni o desideri (ad esempio si approva la bambina che dice di voler fare l’infermiera, si prende in giro quella che dice di voler costruire ponti).
Ecco come la femminista Ellen Maslow descrive le conseguenze di questo processo socializzatore: «’Noi donne camminiamo in bilico tra ciò in cui siamo condizionate a trovare il nostro appagamento, e lo spettro soppresso della nostra individualità. La mia cultura mi ha detto che la mia vita comincerà veramente quando mi sposerò; la mia anima accenderà il technicolor quando farò un bambino. Tutto ciò che non porta a queste mete è fatto sembrare grigio e scialbo».

In questo contesto parlo esclusivamente delle influenze psicosociali sui rapporti interpersonali all’interno della coppia Istituzionalizzata (matrimonio). Per quanto riguarda gli aspetti sociali ed economici e quelli attinenti alla socializzazione dei figli.

– Donata Francescato

«Noi incosciamente dubitiamo di noi stesse quando tentiamo di fare della cultura, lavoro politico, scrivere, virtualmente qualunque cosa una donna-persona possa voler fare che non sia direttamente indirizzato allo scopo di trovare e conservare un uomo. I nostri impulsi a creare, risolvere, sfidare, costruire, sono diventati come membra paralitiche, atrofizzate dalla mancanza d’uso».
La presente divisione dei ruoli è dannosa e limitante per la donna, ma è negativa anche per l’uomo: «la socializzazione del maschio ha chiuso anche a lui certe strade. Gli uomini sono scoraggiati dal coltivare certi tratti desiderabili come la tenerezza e la sensibilità, proprio come le donne sono scoraggiate dall’essere autonome e, ohimè, troppo intelligenti. I maschietti sono incoraggiati a non capire niente di cucina e di bambini, così come le bambine sono incoraggiate ad essere incompetenti in matematica e in scienza» (2).

(2) Blaisdell, in Donna è Bello, Anabasi, Milano, 1972.

Oltre alla divisione del lavoro, dunque si assiste a una divisione delle componenti umane per cui agli uomini vengono delegate le capacità produttive-reazionali, alle donne quelle emotive. Paradossalmente, questa dicotomia-permette solo raramente un rapporto complementare (che sembrerebbe l’ideale per alcuni) perché le parti soffocate nell’uomo e nella donna sono in continua tensione.
L’uomo abituato a ragionare finirà col non trovare sollievo e gioia, ma con lo stizzirsi della troppa emotività della donna; la donna abituata a sentire, finirà per odiare la razionalità maschile nel cui nome le viene imposta tanta sofferenza. La donna serberà rancore all’uomo perché trascura la famiglia per il lavoro o lo sport. D’altra parte lei ‘stessa non sarebbe disposta a sobbarcarsi un lavoro così faticoso, tuttavia vorrebbe l’indipendenza economica e il potere che questa conferisce. L’uomo è risentito di dovere mantenere la moglie e le invidia la capacità di esprimere liberamente le sue emozioni. Quando si ritrovano insieme i loro bisogni sono spesso differenti, il loro livello di comunicazione scarso, e il rapporto ne soffre. Gli uomini che vivono in’ una atmosfera competitiva di lavoro, e col timore di divenire obsoleti in un mondo che cambia vertiginosamente, vogliono trovare nella moglie la stabilità e la sicurezza che non hanno nella società esterna. Ma il potere ineguale che conferisce all’uomo il maggior peso economico rende difficile un rapporto d’amore duraturo tra i due. Per gli uomini, in una società capitalistica, la casa, una casa loro, è il luogo dove sfuggire dal mondo brutale e competitivo delle relazioni sociali capitalistiche. Ma questi stessi rapporti si ricreano a casa, spesso sotto le apparenze dell’amore, dell’affetto. A casa l’uomo diventa il padrone, e la moglie il lavoratore, situazione complicata dal fatto che la moglie deve per soprammercato essere soddisfatta e godere del proprio sfruttamento, piuttosto che formare sindacati per combatterlo. La struttura di dipendenza e potere costruita nella famiglia nucleare all’interno d’una società maschile sciovinista rende ogni vero amore (amore tra uguali) impossibile. «Tuttavia, così forte è il desiderio umano d’amore, che alcuni rapporti possono essere duraturi. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i rapporti finiscono o si deteriorano, anche perché gli uomini cercano di dominare la donna per assicurarsi quel tipo d’amore che l’atto stesso di dominare rende impossibile. L’amore diventa un gioco di conquista in cui il conquistato perde precisamente le qualità che avevano attratto il conquistatore.
Se il ragazzo viene abituato a considerare l’amore come una sfida, in cui è in competizione con gli altri, le ragazze sono ugualmente condizionate per quanto riguarda la loro vita sessuale. Come osserva la Blaisdell, negli anni Cinquanta esse «crescevano pensando al sesso come a qualcosa cui bisogna sottomettersi oppure resistere; come a qualcosa che veniva loro fatto. Così, una delle ragioni per cui le donne non godono la sessualità quanto potrebbero è perché esse vi sono sempre forzate. Un’altra ragione è che, anche se non vi sono forzate, non possono sottrarsi all’atteggiamento culturale che afferma che le donne, quelle che cedono, sono vittime , del sesso, sono prese, avute, possedute. In realtà, la nozione di sacrificio e cedimento nel complesso pervade ogni parte della vita della donna. Una buona madre è colei che ignora continuamente i propri bisogni e desideri in favore di quelli della famiglia, una buona moglie è sempre alle spalle del marito, lo aiuta, lo incoraggia, stira le sue camicie, alleva i suoi figli. Una donna in gamba antepone il piacere sessuale del suo uomo al proprio: dopotutto, gli uomini hanno più bisogno di sesso» (2).
Se la permissività ha in parte modificato alcuni di questi atteggiamenti, specie nelle donne più giovani, sono sorti nuovi ostacoli a un vero amore paritario tra i due sessi. Come nota la stessa autrice, dato che le donne concepiscono ancora se stesse come femminili nella misura in cui piacciono agli uomini, dopo la rivoluzione sessuale le donne si trovano a dover far fronte a molteplici aspettative. Devono «godere», devono dare «ottime prestazioni», devono dimostrare di «essere in gamba». Per non perdere l’uomo, spesso fingono trasporti che non provano, salvo poi a serbare rancore all’uomo che le costringe alla finzione.
L’ineguale distribuzione di potere tra uomo e donna trasforma l’amore in un elemento distruttivo per la maggior parte delle coppie. I cambiamenti di questi ultimi anni in campo sessuale hanno spesso finito con l’esporre la donna ad un nuovo, sottile tipo di sfruttamento che, sotto una pretesa di liberazione, la costringe ad anteporre comunque i bisogni dell’uomo ai suoi e a divenire un oggetto sessuale per’ molti, anziché per uno solo. Una condizione del genere non può essere mistificata come «liberazione della donna» o come «libera espressione» della sessualità femminile. Solo attraverso una completa revisione dei ruoli maschili e femminile ed una parità di potere tra i sessi si possono costituire i presupposti indispensabile per un vero rapporto d’amore tra eguali.


Perché l’amore non dura é stato originariamente pubblicato in effe – archivio storico di effe mensile femminista, novembre 1976. Donata Francescato è autrice, PhD in Psicologia Clinica (Università di Houston, 1972) ed una Post-doctoral Fellowship (Università di Brandeis).

Posted by:Souza Pereira

Souza Pereira (Recife, 1994). Editor chefe da Philos, escritor e curador de festas literárias.

Uma resposta para “Perché l’amore non dura, da Donata Francescato

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