Molte di noi, femministe da remote ere, quando sentono pronunciare la parola aborto, hanno un istintivo riflesso di “rigetto”. Proviamo a parlarne, in concreto, a partire dai primi risultati di un’inchiesta condotta tra donne che hanno abortito in questi ultimi anni.

Credo che molte di noi, femministe da ormai remote ere, quando sentono pronunciare la parola aborto, hanno un istintivo riflesso di “rigetto”. Ce ne siamo occupate per così tanti anni, lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle lo abbiamo affrontato, confrontato, eluso, rimosso, sviscerato in tanti momenti personali e collettivi, abbiamo per così a lungo combattuto perché da un “fatto privato vergognoso” divenisse “presa di coscienza collettiva”. Abbiamo lottato, noi che non vorremmo mai che nessuna abortisse, per il diritto di .abortire senza morire, abbiamo cercato di far funzionare la migliore legge che le circostanze storiche e politiche ci avevano permesso di ottenere, l’aborto lo abbiamo tanto a lungo discusso, praticato, vissuto ohe in molte di noi è emerso prepotente il desiderio di occuparsi d’altro, di aspetti più gioiosi e positivi, più creatrici della nostra situazione di dorme.effeCredevamo di poterlo fare, alcune di noi avevano e hanno iniziato. Purtroppo oggi di fronte alla svolta politica avvenuta nel mondo occidentale e di riflesso anche nel nostro Paese, ci tocca invece impegnarci di nuovo, non solo per non perdere terreno, ma per non ritrovarci ripiombate in una realtà dolorosa che ormai credevamo almeno in parte mutata per sempre. Parlo della realtà dell’aborto clandestino. Che potrebbe toccare, a me e a te che leggi, fra qualche mese, fra qualche anno. Perché all’aborto, purtroppo, una volta o l’altra ci arriviamo quasi tutte. Per fallimento di contraccettivi, per non uso, per desiderio inconscio di maternità, per una miriade di perché sociali e personali diversi l’esperienza dell’aborto è purtroppo comune per noi dorme. Stiamo, alcune di noi, imparando ad evitarla a tutti i costi. Ma nessuna di noi si può sentire totalmente sicura che mai nella vita dovrà affrontare il dilemma aborto sì, aborto no, in quali condizioni potrà viverlo.

Per questo, anche se io, come molte di-voi, non ne posso più di parlare d’ aborto, penso sia utile riproporre alla nostra consapevolezza collettiva i dati che emergono da una ricerca condotta con circa 900 donne che hanno abortito in parte clandestinamente, prima della legge 194, e in parte legalmente, affinché ci venga un po’ di voglia d’impegnarci a far sì che questa legge possa essere mantenuta in vita e possibilmente in un secondo tempo migliorata. Perché come vedremo, per migliaia di donne l’esistenza dell’aborto legalizzato è stata di fondamentale importanza nel diminuire i disagi connessi all’esperienza stessa.

La ricerca

La ricerca è iniziata nel 1976 e è tuttora in corso. Tra il 1976 e il 1978 abbiamo contattato 568 donne che avevano abortito almeno una volta. Di queste, 226 donne sono state inaggiunte a Londra, colla collaborazione del CRAC di Roma, in una delle tre cliniche specializzate per l’aborto dove allora il CRAC inviava le donne italiane che dovevano abortire. Le rimanenti 342 sono state invece intervistate in Italia, alcune subito dopo, altre a distanza variabile da un mese a due anni da un aborto fatto illegalmente. Tra l’aprile e il settembre sono state contattate 80 donne che avevano abortito legalmente rivolgendosi a un consultorio romano e infine dal a gennaio 1981 sono state intervistate altre 250 donne che hanno abortito legalmente nel Lazio e in due regioni del Sud. Abbiamo finora analizzato le risposte di 648 donne, le 226 che hanno abortito a Londra, le 342 che hanno abortito illegalmente in Italia e le 80 che hanno abortito legalmente a Roma.
La ricerca si proponeva d’indagare:
a) sulle pratiche contraccettive delle donne che avevano abortito, sia prima che dopo l’aborto;
b) su come le donne erano arrivate alla decisione di abortire;
e) sul rapporto con il partner prima e dopo l’aborto;
d) sulle motivazioni che hanno spinto ad abortire;
e) sul processo di “socializzazione” dell’aborto (cioè con chi la donna ha parlato dell’aborto prima di farlo e dopo averlo fatto);
f) sull’esperienza dell’aborto (considerando il metodo; l’uso dell’anestesia, il contesto legale o illegale);
g) sulle conseguenze psicologiche a breve medio e lungo termine (subito dopo, dopo uno, tre, sei, nove, dodici mesi dall’aborto).
Prendendo spunto dai risultati di ricerche straniere e dalle testimonianze di donne che avevano abortito abbiamo ipotizzato che:
1) le donne avrebbero addotto più spesso non una sola ma diverse motivazioni ed in particolare che le donne avrebbero abortito più per ragioni economiche e sociali che per motivi di salute o eugenetici;
2) le donne che avevano abortito in anestesia parziale avrebbero provato meno ansia subito dopo l’intervento di quelle che avevano abortito in anestesia totale;
3) le conseguenze psicologiche negative dell’aborto fossero più accentuate per le nubili che per le sposate;
4) le donne che avevano abortito per motivi sociorelazionali avrebbero’ espresso più rimpianti di coloro che avevano abortito per motivi psicologici e fisico eugenetici;
5) le donne con un cattivo rapporto con la propria madre avrebbero provato maggiori sensi di colpa rispetto a quelle con un buon rapporto;
6) le donne con cattivo rapporto con il partner avrebbero avuto maggiori conseguenze psicologiche negative di quelle con un buon rapporto;
7) le donne praticanti avrebbero avvertito più sensi di colpa delle donne non praticanti.
Infine dopo l’approvazione della legge 194 che nel maggio del 1978 ha legalizzato l’aborto, abbiamo deciso di verificare anche se:
8) la legalità e la gratuità del servizio rendono meno conflittuale e più socializzabile il processo decisionale dell’aborto (cioè se diventa più facile prendere la decisione d’abortire e -far partecipe di questa decisione più persone);
9) le motivazioni addotte per la richiesta dell’aborto legale rispecchiano i motivi previsti dalla legge e se variano rispetto a quelli adotti dalle donne che avevano abortito prima della legalizzazione;
10) le conseguenze psicologiche dell’aborto legale sono diverse (meno negative di quelle dell’aborto illegale).
Primi risultati: per ragioni di spazio non posso discutere qui tutti i dati. Il questionario a cui le donne hanno risposto infatti raccoglieva anche dati sulla vita familiare delle donne sui primi anni di vita, sull’immagine ideale di donna, sui valori con cui si identifica, sulla sua storia contraccettiva, sull’educazione sessuale ricevuta e sulla presente relazione affettiva e sessuale con il partner oltre che i commenti relativi all’aborto stesso.
Qui vorrei semplicemente riassumere una parte degli aspetti più interessanti emersi nelle varie indagini e presentare alcuni dei risultati relativi al confronto tra donne che hanno abortito in Italia prima e dopo la legge sull’aborto.
Una cosa che emerge da questa ricerca è che le donne che hanno partecipato a questa indagine, pur avendo una scolarità superiore alla media (12% elementari, 12% medie inferiori, 42% superiori, 34% università) e avendo una informazione contraccettiva abbastanza corretta (sapendo cioè quali sono i contraccettivi sicuri e quali non) si sono trovate a ricorrere all’aborto perché per il 52% non hanno usato nessun anticoncezionale al momento del concepimento, per il restante 48% hanno usato metodi poco sicuri come il coito interrotto o l’Ogino Knaus. Abbiamo inoltre trovato che se le donne più istruite usano maggiormente pillola spirale e diaframma, paragonando due gruppi con scolarità fino alla scuola media inferiore e con scolarità scuola media superiore e laurea si trova che in tutte e due i gruppi i metodi anticoncezionali più usati sono i più insicuri ed esattamente per il 65% delle donne con meno anni d’istruzione e per il 46% di quelle ad alta istruzione il coito interrotto, seguito dall’Ogino Knaus per il 35% delle donne con bassa istruzione e il 27% di quelle ad alta istruzione. Nel gruppo a bassa istruzione nessuna donna usava pillola o spirale e solo il 16% di quelle ad alta istruzione. Inoltre alla domanda perché sei rimasta incinta il 28% ha risposto per fallimento del contraccettivo, il 7% che non prevedeva di fare all’amore, il 38% ha detto per mancanza di precauzioni, il 9% non ha risposto e ben il 18% ha replicato “che non credeva fosse possibile restare ‘incinta” motivando ad esempio che siccome faceva all’amore raramente credeva di non poter restare incinta, o che s’immaginava di essere sterile, o che le sembrava incredibile capitasse proprio a lei. Dopo l’aborto la maggior parte di queste donne ha asserito d’aver scelto modalità contraccettive più sicure.
Le donne religiose praticanti hanno avuto, come previsto, reazioni psicologiche negative (rimpianti, sensi di colpa, ansietà) più spesso e più a lungo delle non praticanti. Le donne che hanno dichiarato d’aver cattivi rapporti con la madre hanno anche denunciato reazioni più negative. Quanto questo rapporto con la madre sia per noi donne cruciale e complesso, pieno di ambivalenze, paura ed amore, desiderio e risentimento, riemerge anche dal fatto che la maggioranza delle donne avrebbe voluto parlare dell’aborto con la propria madre, ma non c’è riuscita, indipendentemente se giovane o anziana, coniugata o nubile. (Le prime 642 donne da noi intervistate hanno per il 2% un’età inferiore ai 18 anni, per 45% un’età compresa tra i 19 e 25 anni, per il 39% dai 26 ai 35 e infine il 14% un’età superiore ai 36. Il 45% delle intervistate è nubile, il 40% è coniugato, e il restante convivente, separata o divorziata).
Per quanto riguarda il rapporto tra motivazioni addotte per abortire e conseguenze psicologiche abbiamo riscontrato differenze tra le donne che hanno abortito per motivi socio-relazionali (avevo paura delle reazioni dei miei genitori, avevo paura che il partner mi lasciasse, non mi sentivo sicura del nostro rapporto ecc.) e coloro che avevano abortito per motivi psicologici (non mi sento d’avere figli ecc.) o motivi di salute. Le prime, che in fondo hanno abortito desiderando però con una grossa parte di sé, di poter tenere il bambino hanno avuto reazioni psicologiche più negative.
Tra le reazioni tipiche (nel senso di più frequenti) ad un mese dall’aborto emergono sia sensazioni di sollievo che di dispiacere o ansia (sentivo di essermi liberata da un grosso peso, avevo molto più paura di rimanere incinta, fare all’amore non mi piaceva più come prima, sentivo, che mi mancava qualcosa, mi sentivo depressa, la vista dei bambini mi ricordava quello che avrei potuto avere anch’io, mi sentivo più libera) nella stessa:donna. Tali risposte tendono poi a diminuire tra i tre e sei mesi. Il ricordo dell’aborto ricompare sempre misto a sentimenti di sollievo e dispiacere nel 60% delle intervistate a distanza d’un anno dall’aborto. Per le praticanti, nubili, con un cattivo rapporto con la madre gli effetti negativi sembrano essere un po’ più prolungati. Tuttavia occorre chiarire che solo io pochissime (sei o sette delle 650 donne le cui risposte sono state finora analizzate) abbiamo riscontrato “il trauma profondo” che tutta la propaganda dei fautori del movimento della vita insiste avviene in ogni donna che abortisce…
Per tutte l’aborto è un’esperienza con qualche risvolto psicologico doloroso, tuttavia già l’aver legalizzato l’aborto diminuisce non solo il rischio per la salute della donna, ma sembra anche affievolire il rischio psicologico. Infatti paragonando due gruppi di 50 donne omogenei per età (dai 24 ai 38 anni) per livello d’istruzione (media inferiore) stato civile (tutte coniugate) e tipo di lavoro (metà casalinghe metà con lavoro esterno) che hanno abortito prima e dopo la legge abbiamo visto che la decisione di abortire risulta meno conflittuale per le donne che hanno abortito in un contesto legale. Esse sono meno impaurite, meno preoccupate, e jnoltre trovano il coraggio di socializzare questo loro problema. Infatti mentre nel gruppo che ha abortito illegalmente circa il 14% l’ha fatto in totale solitudine (senza dirlo neanche al partner), solo il 2% di quelle che ha abortito legalmente ha vissuto questa vicenda da sola. Non solo ma mentre prima della legge al massimo la donna si confidava con il partner, facendo restare l’aborto un problema solo di “coppia”, dopo la legge aumenta la percentuale di donne che discute questa sua decisione di abortire con amici o altri {personale del consultorio ecc.).
Sarà interessante vedere, analizzando il resto delle risposte se anche le conseguenze psicologiche negative diminuiscono in un contesto legale; già fin d’ ora si vede che l’esistenza della legge oltre a proteggere la nostra salute, e a garantirci la gratuità dell’intervento, diminuisce anche almeno in parte la sofferenza di questa decisione e ci rende più propense a socializzare l’esperienza. Per questo occorre che purtroppo ci occupiamo ancora d’aborto, che lottiamo affinché la legge non venga abrogata, ma soprattutto che cogliamo questa occasione, per reimpostare il problema aborto secondo i nostri vecchi e giusti slogan, che vedevano al centro delle nostre attenzioni i nodi della nostra condizione di donna in questa società, della nostra sessualità, del diritto alla riappropriazione del nostro corpo, a rapporti affettivi diversi, ecc. ecc. ecc. Se ci lasciamo abbattere, perché in fondo combattere per mantenere il diritto d’abortire è una battaglia di retroguardia rispetto alle nostre giuste aspirazioni, rischiamo di perdere ulteriori spazi di scelta. Purtroppo nell’81 ci tocca ancora gridare: anticoncezionali per non abortire, aborto libero per non morire…


Aborto: una battaglia da riaffrontare é stato originariamente pubblicato in effe – archivio storico di effe mensile femminista, marzo 1981. Donata Francescato è autrice, PhD in Psicologia Clinica (Università di Houston, 1972) ed una Post-doctoral Fellowship (Università di Brandeis).